Dott. Giuseppe Esposito Psicologo e Psicoterapeuta

Oltre un approccio descrittivo...

Da sempre gli uomini cercano di dare un nome alla propria sofferenza, di descriverla. Le descrizioni manualistiche sono tentavi che l'uomo, in un contesto specialistico, fare per dare un nome a determinate manifestazioni comportamentali in base a ricerche basate sull'evidenza o in base all'attività clinica. I disturbi descritti vanno collocati entro un contesto storico, culturale e scientifico in cui sono sorte. Ci si attende che le "etichette" che descrivono specifici pattern comporamentali subiscano nel giro di pochi anni modifiche rilevanti. La sofferenza prende casa in specifici luoghi (contesti), ed emerge sempre da relazioni in qualche modo disfunzionali. Quindi oltre alla descrizione, che intende essere obiettiva, bisogna anche comprendere cioè tenere conto della soggettività e della unicità che ci troviamo di fronte. Il comprendere non implica quindi l'azzeramento del del contributo delle scienze dure (che vogliono essere obiettive) per esempio la biologia genetica e l'epigenetica (condizioni "ambientali" che facilitano o inibiscono l'espressione di geni specifici). Ma, data la complessità della persona e di tutto ciò in cui è immersa e tutto ciò che è immersa in lei, è difficle pensare che, per esempio, la genetica da sola possa codificare i comportamenti entro le complesse interazioni osservabili tra madre e figlio. Ci sono dei livelli non codificabili (culturali e ambientali) non prevedibili e sempre nuovi frutto di co-costruzione entro un contesto relazionale. Da questi contesti possono emergere vissuti di sofferenza incistare che creano blocchi evolutivi.

L'importanza del Contesto

"Ma il test non ci dice dove porre il discrimine della normalità; si tratta di un fattore definito dal contesto, non dai risultati di un test" (A. Frances, 2013)

Ogni disturbo va inquadrato nello specifico contesto nel quale sorge. Un disturbo, e i sintomi relativi, deve essere interpretarlo tenendo conto dello sfondo, cioè il contesto, che funge da riferimento per la sua corretta interpretazione (Loriedo & Picardi, 2000). Esempi di contesto sono: la famiglia, la coppia, la scuola, il lavoro (che sono ambienti e circostanze) ... Ma contesti sono anche il modo in cui qualifichiamo i messaggi: un tono di voce alterato di una persona può essere qualificato come messaggio "attacco", o come "richiesta di attenzione"; nel primo caso il contesto richiederebbe la creazione di maggiore tensione finalizzata alla "interruzione della comunicazione su un canale verbale", nel secondo caso "allentamento di tensione" per promuovere lo scambio. Un comportamento di ansia non è slegato dal contesto quindi è importante capirne il senso. Non esiste l'ansia slegata da qualcosa, l'ansia si lega sempre ad un suo oggetto e per giungere a legarsi ad un particolare oggetto bisogna tenere conto della storia relazionale della persona con l'oggetto o gli oggetti. Potremmo quindi dire che non esiste la persona ansiosa che non lo sia per qualche motivo, e il contesto aiuta a capire la matrice da cui proviene il sintomo.

Definizione di contesto: "il campo nel quale si realizza, prende forma e significato, un comportamento umano, o anche l'insieme delle regole in cui una persona si trova immersa" (Viaro & Leonardi, 1990; Loriedo & Picardi, 2000).

 

La Complessità della Persona e i Manuali Diagnostici

Non è possibile ridurre la complessità di una persona solo all'interno di categorie diagnostiche come quelle del manuale descritte dal manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali dell'American Psychiatric Association (APA) (in breve DSM IV - TR ora DSM-5) o il Manuale dell'organizzazione mondiale della sanità (OMS) l'ICD-10 ora in fase di revisione (International Statistical Classification of Diseases, Injuries and Causes of Death). Tali manuali sono di estrema utilità poichè indicano un linguaggio comune nella comunità scientifica, aiutano ad operazionalizzare  le variabili nella ricerca, parcellizzano comportamenti complessi, ma alla fine possono far perdere  di vista la persona. L'essere umano per sua natura tende a sfuggire alle categorie diagnostiche, ad essere incasellato sotto un unico nome, ma uno dei primi bisogni del paziente è quello di sapere che cosa "ha" di cosa soffre e in questo senso in una prima fase, e in alcuni casi (non tutti) può essere utile partire da lì. L'approccio descrittivo finisce per semplificare la complessità della persona e il Terapeuta, per primo, e il paziente ne devono tenere conto. Ci sono tentativi importanti di cambio di direzione come quello realizzato con il Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM), uscito negli Stati Uniti nel 2006. Esso si discosta in modo significativo dal DSM e dalla classificazione ICD proponendo un nuovo approccio alla diagnosi; per il DSM e ICD l’attività diagnostica è concepita esclusivamente in modo categoriale, mentre nel PDM essa acquista un senso dimensionale, il che significa un cambio di prospettiva che porta a una visione più ampia della singolarità del paziente, con un’attenzione non solo alla psicopatologia, ma anche alle sue risorse.

Nonostante i numerosi limiti avere in mente categorie diagnostiche può risultare utile ad orientare il clinico nella valutazione, la diagnosi e il trattamento; Linares e Campo (2000) le hanno chiamate "metafore guida".

 

Attenzione alle Teorie che ci guidano

L'ateoricità del DSM immette nel paradosso per cui è impossibile essere ateorico non avere una teoria in testa; ognuno di noi è portatore di teorie personali (dette ingenue), ricerca e costruisce significati che danno forma ai contenuti dei "testi" che non possono essere non essere "carichi di teoria" (theory laden) o impersonali. L'essere ateorici è una scelta e le scelte si fondano su valori specifici che si poggiano su specifiche idee. Insomma noi percepiamo, interpretiamo, riflettiamo, costruiamo e co-costruiamo quella che chiamiamo realtà, che non è altro che l'esito di una narrazione per noi coerente e plausibile, non necessariamente accettata da tutti (oggettiva).

Nella definizione dei disturbi ci serviamo dei principlai manuali diagnostici internazionali (DSM-IV; V; e ICD-10, PDM) utilizzati per le diagnosi pur riconoscendone i numerosi limiti ma anche la sistematicità e l'utilità descrittiva che purtuttavia non riesce a tenere in sè la complessità di una persona.

 

Definizione

Un disturbo mentale (mental disorder) è costituito da una configurazione comportamentale o mentale che causa sofferenza e riduce in maniera significativa la capacità di funzionare nella vita ordinaria, e che non rientra in una norma sociale e di sviluppo. I disturbi mentali sono generalmente definiti da una combinazione di come una persona si sente, agisce, pensa o percepisce. Il disturbo mentale è un aspetto della salute mentale. Lo studio scientifico dei disturbi mentali è chiamato psicopatologia.

Il termine Disturbo implica l'esistenza di un'idea di normalità (regolarità) che è descritta in numerosi modelli teorici sul funzionamento psichico della persona. I Disturbi indicano categorie specifiche che si declinano poi in sottocategorie e sono il frutto di osservazione clinica. Tali categorie sono descritte nei manuali DSM giunto nel maggio 2013 alla Quinta versione dell'American Psychiatric Association (APA) e dell' Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) l'ICD - 10.

Riassumendo: i Disturbi sono categorie che aiutano a individuare la Psicopatologia e sono descritte nei principali "Manuali Diagnostici" (DSM IV-R [ora V]; ICD 10). Esse descrivono ma non spiegano il disagio/disturbo e servono ad inquadrare il problema; il senso della sofferenza è frutto di un lavoro terapeutico. Tali categorie (dette "categorie diagnostiche") mettono insieme quei sintomi che il paziente avverte per inquadrare il problema specifico. La sintomatologia non è il problema ma il segno di un problema.

 

A cosa serve individuare la categoria diagnostica?

Individuare l'Area è il primo passo per poi predisporre il trattamento. Si tenga presente che però alcune sofferenze sono tanto complesse da sfuggire a categorie diagnostiche già scritte. Il professionista aiuta il cliente ad orientarsi nella sofferenza e a rendere il quadro di sintomi più chiaro.